modo luglio/agosto 2004 semidizucca
MODO rivista internazionale di cultura del progetto
luglio/agosto 2004

diVERSI di SEGNO/DISEGNO di VERSI"
di Giovanni Menna

Inserita nel quadro delle iniziative organizzate a Napoli per il "Maggio dei Monumenti" la mostra "diVERSI di SEGNO/DISEGNO di VERSI", costituisce uno degli eventi più rilevanti degli ultimi mesi per ciò che concerne il design partenopeo. La mostra ha avuto come "maestro di cerimonia" un osservatore attento delle tendenze in atto nel mondo del design, non solo napoletano, come Benedetto Gravagnuolo, e nasce dall'idea di un singolare team. Da un lato i Semidizucca - Stefania Barba, Alessandro Ceso e Marco Puzzo - tre designers formatisi nella Scuola di Specializzazione in Disegno industriale della facoltà di Architettura di Napoli e oggi attivi nell'intera area del progetto: dall'architettura degli interni al web design, dal design per l'ambiente domestico alla grafica, dall'allestimento di mostre ed eventi fino al disegno di gioielli, come quelli presentati nell'ultima delle tre sale della mostra. Dall'altro lato Mauro Giancaspro, Direttore della Biblioteca Nazionale, figura di spicco del mondo culturale napoletano anche in virtù della non comune sensibilità nei confronti delle proposte più interessanti prodotte da giovani artisti e architetti.
Ed è proprio nell'ambito delle celebrazioni per il bicentenario dell'istituzione diretta da Giancaspro, che è scaturita questa mostra "a tema", finalizzata alla messa in scena dell'universo fantastico della lettura attraverso una riflessione sugli infiniti modi d'uso e di consumo di un libro, e quindi sulla possibilità di ripensare/superare abitudini e convenzioni. Di qui la richiesta ai Semidizucca di intervenire con la realizzazione di oggetti (sedie, divanetti, poltroncine, lampade, tavolini) da inserire in micro-ambienti dedicati al momento della lettura.
tra i molteplici motivi di interesse della mostra (che si trasferirà a Roma in autunno) se ne segnalano soprattutto due. In primo luogo l'inedito e audace incontro tra due "universi" paralleli: da un lato una prestigiosa realtà istituzionale della cultura "alta", come la Biblioteca Nazionale; dall'altro l'ambiente di un design sperimentale ma colto, cui è generalmente concesso di esprimersi solo nel circuito degli "addetti ai lavori". Ma la scommessa è stata vinta: il successo dell'iniziativa - che certamente si giova di un allestimento che raggiunge il non facile bilanciamento tra un approccio minimal e istanze di coinvolgimento emotivo dei visitatori - dimostra che le ragioni del design "di ricerca", se questo è supportato da un approccio critico consapevole e da proposte di calibrata densità culturale, sono perfettamente accessibili al grande pubblico, molto più attento e sensibile di quanto si creda.
L'altro aspetto rilevante della mostra risiede nel fatto che, per una volta, il design di qualità a Napoli riesce a esprimersi con la produzione di oggetti da considerare a tutti gli effetti prototipi pronti per la produzione in serie, ben al di fuori dei consolidati cliché del design artigianale d'autore, ispirato a una tradizione al limite della oleografia, o di velleitarie proposte progettuali sicuramente irrealizzabili ma abilmente celate dietro l'alibi di un malinteso concetto di "sperimentazione".
La produzione dei Semidizucca è difficilmente riducibile all'interno degli schemi classificatori alla Jencks, anche in ragione dei percorsi individuali e delle distinte personalità dei tre designers. È tuttavia possibile individuare due tematiche che agiscono da comune substrato teorico-critico. La prima è costituita dal lavoro sulla forma intesa come interpretazione della funzione, tema particolarmente evidente ad esempio nella poltroncina Sofià, una seduta immersa in una libreria immateriale sospesa nello spazio, dove l'azione della lettura - atto solitario per eccellenza - viene piacevolmente a misurarsi con le possibilità di un incontro a due: e infatti è stata significativamente ribattezzata da Gravagnuolo "Paolo e Francesca".
La seconda tematica scaturisce dal lavoro sulla "pelle" dell'oggetto, sul trattamento della sua superficie, lavorata come l'indispensabile interfaccia che concede l'esercizio del diritto del progettista di esprimere la personale interpretazione della funzione cui l'oggetto risponde e, al contempo, permette all'oggetto stesso di esibire /raccontare l'intrico delle infinite relazioni che stabilisce con il mondo in cui è immerso. È quanto emerge ad esempio nella serie dei tavoli, nei quali l'uso di segni di varia natura impressi sui ripiani trasparenti - da quello più astratto e "multiplo" del segno grafico a quello allusivo della citazione fino a quello unidirezionale e diretto del testo scritto - conduce a una sorta di delicato "animismo" semiotico: una chance in più per riprendere l'antica questione della centralità dell'ornamento nella configurazione dei materiali con i quali costruiamo il paesaggio domestico che ci rappresenta e ci racconta.